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  • DonatellaSilvia Rossi

Da Il giuoco delle perle di vetro, Un colloquio, Hermann Hesse

«Permettimi poi ancora una parola» riprese a bassa voce il Maestro del Giuoco delle perle. «Vorrei parlarti ancora della serenità, sia delle stelle sia dello spirito, sia di noi castalii. Tu provi un’avversione contro la serenità, probabilmente perché hai dovuto percorrere una via di tristezza, e ora ogni schiarita, ogni buonumore, specialmente questo nostro di Castalia, ti sembra un colloquio puerile e superficiale, magari codardo, un modo di fuggire gli orrori e gli abissi della realtà per un mondo limpido e ordinato di mere forme e formule, di mere astrazioni e smussature. Però, mio caro malinconico, quand’anche esista questo modo di fuggire, se anche non mancano i castalii timidi e codardi, intenti a trastullarsi con mere formule, anzi dovessero pur essere tra noi in maggioranza, ciò nulla toglie in valore e splendore alla vera serenità del cielo e dello spirito. Di contro a quelli fra noi che si accontentano facilmente e sembrano sereni, stanno altri uomini e altre generazioni la cui serenità non è giuoco e superficie, ma serietà profonda. Ne ho conosciuto uno, il nostro antico Maestro di Musica che anche tu hai visto molte volte a Waldzell: nei suoi ultimi anni quest’uomo possedette la virtù della serenità in tal misura che irradiava da lui come luce da un sole e si trasmetteva a tutti in forma di benevolenza, di gioia di vivere, di fiducia, irradiando poi da tutti coloro che ne avevano seriamente accolto e assorbito lo splendore. Anch’io sono stato illuminato da quella luce, anche a me egli seppe comunicare un po’ della sua chiarezza e del suo intimo splendore, e così al nostro Ferromonte e a qualcun altro. Per me e per tanti altri la meta suprema e più nobile consiste nel raggiungere questa serenità. La trovi anche in alcuni padri che stanno a capo dell’Ordine. Non è frivolezza né compiacimento di sé, ma suprema conoscenza e supremo amore, è affermazione di ogni realtà, è veglia sull’orlo di tutti gli abissi, è una virtù dei santi e dei cavalieri, è indistruttibile e non fa che accrescersi con l’età e con l’approssimarsi della morte. E il segreto del bello e la vera e propria sostanza di ogni arte. Il poeta, che col ritmo danzante dei versi esalta la magnificenza e l’orrore della vita, e il musicista che li fa risuonare come pura presenza, sono coloro che portano la luce, che aumentano la gioia e la chiarità nel mondo, anche se prima ci conducono attraverso lagrime e tensioni dolorose. Il poeta che ci delizia coi versi può anche essere triste e solitario, il musicista 309 Un colloquio sognatore e malinconico, ma anche in questo caso la loro opera partecipa della serenità degli dèi e delle stelle. Ciò che essi ci danno non è più la loro tenebra, la loro sofferenza o angoscia, ma è una goccia di luce pura, di eterna serenità. Se anche interi popoli e linguaggi cercano di attingere le profondità del mondo attraverso i miti, le cosmogonie, le religioni, la meta ultima e suprema che possono raggiungere è questa serenità. Tu ricorderai gli antichi indianí, dei quali un giorno ci parlò così bene il nostro insegnante di Waldzell: un popolo votato al dolore, alla riflessione, alla penitenza, all’ascesi, ma le ultime grandi scoperte del suo spirito erano serene e luminose, sereno il sorriso dei Buddha e dei superatori del mondo, serene le figure delle sue remote mitologie. Il mondo presentato da quei miti incomincia con l’età dell’oro ed è divino, beato, radioso, di bellezza primaverile; poi si ammala e degenera sempre più, diventa rozzo e meschino e alla fine di quattro periodi universali, sempre più declinanti, è maturo per essere calpestato e distrutto da Shiva ridente e danzante… Ma non per questo finisce; anzi ricomincia col sorriso di Vishnu sognante che col giuoco delle mani crea un mondo nuovo, giovane, bello, luminoso. E incredibile: quel popolo intelligente e capace di soffrire come forse nessun altro ha assistito con raccapriccio e vergogna al giuoco crudele della storia universale, al perpetuo giro della ruota delle brame e del dolore, ha visto quanto sia caduco il creato, ha compreso l’avidità diabolica dell’uomo e a un tempo il suo profondo desiderio di purezza e armonia, e per tutta la bellezza e la tragedia della creazione ha inventato quelle stupende similitudini delle età del mondo e della decadenza del creato, del potente Shiva che danzando frantuma il mondo degenerato e del sorridente Vishnu che giace nel sonno e giocando fa risorgere un mondo nuovo dai sogni dorati degli dèi.




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